L’empirica forma dell’Essere

venerdì, gennaio 01, 2010



Vaneggiamenti sull'Essere, come Amletico quesito, di una una donna ancora scettica sull'irreparabilità dell'esistere.
Penso, dunque sono.
Citazione importante, fondamentale, non ci vuole una mente superiore per coglierne il significato né tradurne le semplici parole; basterebbe questa formula per comprendere chi siamo, qual'è il nostro compito sulla Terra, se non dare un senso al nostro vivere, quali figli riconoscenti alla casualità che ci ha dato i natali.
Eppure, sembra che l'Essere in questa realtà, sia diffuso nella sua accezione più misera. "Essere" come "apparire". La presenza è ciò che conta, la presenza fisica, visiva, assai lontana da quella spirituale, come se fossimo gusci vuoti che camminano senza necessità alcuna, se non sopravvivere a qualcun altro.
Triste, ma reale. L'Essere è empirico, nel senso della sua tangibilità fisica, materiale, finita.
Potrebbe finire qui, con questo assioma moderno, ma...
...ma una piccola donna, nel suo stretto angolo di mondo, si desta ogni mattino ammirando il sole, fuori dalla finestra, godendo della carezza dei suoi impalpabili raggi, e sorride chiudendo gli occhi su un paesaggio che conosce a memoria, e che non è mai uguale, ascoltando il cinguettìo animato dei passeri confuso dalla brezza fra le foglie; in cuor suo è felice di questo attimo di armonia gratuita, in mente sua nasce una nuova domanda...
...Perché, se la natura umana è tanto empirica e finita, le mie speranze, i miei desideri mirano ogni giorno a qualcosa d'infinito?
Io, essere senziente, perché ho bisogno di credere che il mio scopo in questa vita sia più alto?
Non una vera fede, non un vero percorso, né dottrine guidate influenzano la mia giovane mente se non l'intramontabile aspirazione al metafisico.
I sentimenti non sono empirici, ovvero lo sono negli effetti che portano di seguito, ma la radice, la causa non è spiegabile in due battiti cardiaci, né in un pensiero più complesso. La mente è infinita nella sua incomprensibilità; sono consapevole che è proprio lei a guidare questo stesso ragionamento. In poche semplici parole, la mia mente sta parlando a se stessa, si sta facendo domande e cercando risposte, come un computer ricerca e ripara se possibile ai propri errori. La mente, però, è infinita.
Come può questa persona, seduta al mio fianco sull'autobus, non farsi le mie stesse domande? Forse lo ha già fatto, chissà, magari il suo ragionamento l'ha convinta che la vita sia solo "esistenza", come un anno nasce, germoglia, matura, invecchia e muore percorrendo semplicemente le sue stagioni.
Chissà...
Qualcosa nella mia mente risponde con un "no"..."non è così!".
Perché?
Perché questa persona al mio fianco ha gli occhi pesanti, si muove appena con gesti frettolosi e rigidi, "vede" ma non "osserva", "sente" ma non "ascolta", "parla" ma non "dialoga"...è diversa da me.
Ecco perché.
La piccola donna continua a scrivere, c'è qualcosa che la fa sentire sola in questo autobus gremito.
Perché non dovrei pensare che ho uno scopo in questa mia vita? Perché dovrei credere alla mia misera pochezza di "essere finito" eppure "vivente"? Solo per seguire il corso delle stagioni? Solo per dare il mio piccolo contributo nello scongiurare l'estinzione della specie? Se fossi un gatto forse avrei questo piccolo importante scopo, ma non lo sono. Perché ho un cervello capace di pensare in modo tanto articolato se il mio scopo è quello della riproduzione, ove a ben poco serve il suo uso?
Tutto sembra darmi ragione, una volta di più mi sento forte del mio dialogo interiore.
Là fuori ho trovato finalmente almeno un altro "Essere" a farmi compagnia. Sì, là fuori, c'è chi, sottovoce nel suo angolo di mondo, interroga se stesso ogni mattino, c'è chi come me ascolta la pioggia e ne trae energia, c'è chi si crede solo a domandarsi perché sia l'unico a sentire così stretta la propria finitezza d'Essere...
...c'è chi ha finalmente capito che il nostro "Essere rimanda all'infinito".

30 gennaio 2008



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