Scritto per Monica

mercoledì, agosto 18, 2010

Questa di seguito è un'introduzione ad un catalogo di una brava fotografa emergente, richiestomi qualche tempo fa per la pubblicazione dello stesso. Premetto che all'epoca mi sono rifiutata di conoscere immediatamente l'artista, così da rendere la mia visione e successiva presentazione delle fotografia scevra da condizionamenti, così come dovrebbe, a mio parere, essere ogni mente davanti ad un'opera d'arte, così come davanti ad un panorama naturale.
L'esito positivo del mio esperimento mi ha dato conferma dell'importanza dei sensi nell'osservazione delle immagini: la Percezione è il primo stadio verso la comprensione.

"La nostra vera essenza si nasconde dove la notte è più buia...
Tutto ha inizio là, sul buio palcoscenico fatto della stessa sostanza del nero, il noncolore
che fagocita l'iride azzerando ogni cosa. Ed è là che, un istante dopo, un raggio
infrange la materia oscura, spezza il guscio d'uovo dal suo interno come fa una vita
nuova, lasciando entrare ossigeno e con esso lo spazio ed il respiro...ed infine la Luce,
quel tocco necessario ad ogni cosa per colorarsi della propria identità. Ecco, dunque, il
primo atto dello spettacolo: non v'è niente della commedia, né di tragico o di circense,
non ci sono ruoli principali o secondari, poiché ogni figura interpreta se stessa,
protagonista assoluta del proprio viaggio onirico, ogni individuo scrive la sua parte,
affida al caso la trama nel suo svolgimento, un nastro di luce ne intreccerà le sorti
guidato dall'abile mano della voce narrante. Così, volti immobili, sospesi tra buio e
luce, interpretano enigmi insoluti. E membra liquide indossano vesti di seta, vezzi
d'organza ne confondono i corpi annullando il peso di ogni gravità. Il tempo si ferma,
lascia che quel pennello di luce gli dipinga il viso, un pennello umido che scorre sulla
buia tela sottraendo al nero il pasto di ogni altro colore, in un gioco al rovescio che
riporta alla mente la logica assurda del Mondo d'Alice. Ma non v'è coincidenza, la
favola esiste. Identità fisiche dai mille mestieri ora calcano un palcoscenico di vetro
nero, poggiano saldi i nudi piedi sulla superficie così come i bambini imprimono
nell'umida sabbia i loro passi e allora attraversano fluidi come nebbia il riflesso al di là
dello specchio, lasciando alle spalle le spoglie reali come i rettili abbandonano le
vecchie spire, per indossare i costumi di scena ed imparare la propria parte. Come
nella mente di Alice, nel buio appena dipinto aleggiano domande, nascono dilemmi e
labirintici pensieri, ove la ragione cede il posto alla fantasia, matrice inesauribile di
tale neonata realtà. Sulla tela nera le figure sono già soggetto e contenuto, attendono
l'attimo in cui il gesto creativo le liberi dal buio informe, rendendo manifesta nella luce
l'intima scoperta identità. Prìncipi, Principesse, Guerrieri e Dèi del mondo
antico...fantomatiche presenze emergono dall'ombra più satura e prendono
consistenza nel pulviscolo luminoso, cercano la propria altra identità nei dettagli,
aggrappandosi ad oggetti di un mondo parallelo, dove il soffitto è pavimento ed il buio
l'opposto necessario alla luce per la sua opera demiurgica. Lo sguardo s'intrattiene su
immagini perfette, figure ordinate composte in una sola, esito studiato di un mentale
tangram, immote e salde come statue greche inviolate dal tempo, mute assolvono al
ruolo di soggetto e oggetto assieme nello stesso quadro. Privi di maschera o
paravento, quei volti affrontano una trama ignorandone ogni passo, eppure
condividono la medesima espressione d'alabastro, scambiando sguardi d'ansia in
attesa del prossimo raggio, protendono ogni appendice all'estremo nel tentativo di
sfiorarne il tocco, e disciogliere in esso l'enigma di un'identità ancora congelata nel
buio. Eppure, questo ovattato silenzio allestito ad arte, esiste solo nell'immobilità
apparente...la compostezza ragionata di ogni individuo tradisce la presenza di vita
latente là dove la luce è più bianca. Ogni azione è bloccata nella maestria
dell'interpretazione teatrale, raccoglie implicitamente indizi di una vitalità sospesa,
gelata nello scatto precedente all'ultimo atto. Ecco, allora, sulla nera pellicola affiorare
labbra femminee in pennellate di rosso bloccate nell'attimo prima di schiudersi, e
profonde rughe maestre spezzare armoniche fronti maschili...seni d'avorio sospesi
nell'atto d'inspirare, tessuti e tendini tirati in gesti appena iniziati...piedi e mani e nude
spalle amplificano i profili, si proiettano all'esterno come archi tesi, nel faticoso
tentativo di liberarsi dalla materia informe di quelle tenebre; la lotta è evidente ma
implicita, e se i “prigioni” michelangioleschi si contorcevano nel conflitto tra forma e
materia, queste identità fotografiche si scontrano su un piano interiore, lasciando nei
dettagli cicatrici e tracce di una fatica invisibile...in una vena in superficie, in una
bocca socchiusa, in un'azione interrotta s'avverte chiaramente il pulsare violento di
quel vigore latente. Il viaggio ed il sogno evolvono come la mente della sua regista, si
arricchiscono di elementi nuovi, abbandonando giochi di bambini e libri di favole, per
oggetti-simbolo, archètipi di una memoria collettiva, ove la metafora diviene rebus, la
cui soluzione si cela nel sottile dialogo fra gli interpreti. Volti si avvicinano, corpi si
spogliano della solitudine inquieta del primo atto...infrangono il successivo specchio
per incontrare “l'altro”. Personaggi di realtà improbabili s'incontrano nella dimensione
del sogno, dove ogni cosa è possibile, creano un muto dialogo sopprimendo le
distanze, abbattendo la solitudine e l'attesa, si cercano e si annodano in gesti appena
appresi, si confidano segreti e desideri, condividono l'intenzione dei sensi e gli esiti
della passione, in pose languide eccedenti che sfuggono al controllo della proporzione
reale, regolate soltanto dall'equilibrio costante di una raffaellesca composizione
formale. Nello slideshow di volti sconosciuti, la memoria si perde sostituita
dall'attenzione di una trama inaspettata recitata da personaggi insoliti che trovano
senso e consistenza in questa dimensione. Sulla tela lo sfondo nero resta il ricordo
dell'origine, le figure plasmate dalla luce si confondono e nascondono tra vesti,
accessori e ritagli di vita presente e passata, come bambini reduci da una caccia al
tesoro fra i bauli degli avi stipati in soffitta. L'immobilità è sconfitta dal gioco delle
parti, così come nella commedia, ora tutti i personaggi sono riuniti sul palcoscenico
dell'ultimo atto...equivoci ed enigmi si dissolvono nella risoluzione finale, resta il solo
gesto creativo a prendere possesso degli ultimi angoli di buio ed un unico irrisolto
dilemma sull'ultima pagina, prima che il sipario cali...
...se non sia proprio questo teatro onirico la dimensione vera delle nostre identità.
Questo viaggio metafisico mi riporta la memoria a quando, da bambina, facevo del
soffitto buio la tela dei miei racconti di fantasia. Lasciavo alla mia mente la libertà di
disegnare e mutare ad ogni capitolo il mio ruolo di protagonista, da cavaliere a dama,
da stregone ad elfo, da gatto a gabbiano, fin quando il raggio luminoso della fantasia
saturava di colore ogni tassello nero, sconfiggendo il soffocante ignoto dell'oscurità."

Fuori premessa:
Ringrazio Mrs. Mainardi per avermi regalato l'occasione di conoscere e godere dello
splendore della Sua anima attraverso i suoi scatti dipinti, e senza averLa ancora
incontrata di persona, ed ancora, per avermi riportato un ricordo prezioso di bambina.

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