Il giovane favoloso – Storia di una rivelazione

giovedì, ottobre 23, 2014

Cari Ospiti del Salotto,

mi trovo a tarda ora intenta a scrivere un articolo, trascinata dalle recenti emozioni e dalla scoperta di una somiglianza che non avrei potuto sospettare prima di questa esperienza.
Questo pomeriggio sono tornata al cinema dopo tanto tempo, come sempre stimolata dalla mia insaziabile curiosità, stavolta attirata da un film tutto italiano su un genio italiano, una coincidenza così rara oggigiorno da rendere curioso persino un agnostico!
La mia nota reticenza verso il cinema italiano contemporaneo è il risultato naturale di un’esperienza visiva che pare incapace di equilibrio, tra un opprimente ritratto del volto peggiore dell’Italia e fatue pellicole di serie Z, le quali – se possibile – completano il dipinto con pennellate opache e futili in superficie. Ma a nulla è valso il mio, sebbene giustificato, pregiudizio, davanti alla possibilità di conoscere un punto di vista diverso sulla figura di Giacomo Leopardi, protagonista immenso de ‘Il Giovane favoloso’ di Mario Martone, un viaggio nell’infinito animo di uno dei poeti più amati, eppure discussi di tutti i tempi.

Non è passato un minuto dall’ultimo verso de ‘La Ginestra’, con la sua eco eterna nella mia mente, che ho pensato di correre a casa e scriverne ancora, finché quella rivelazione si protraesse nel mio animo come quelle emozioni pulsavano ancora nelle vene.

Il Leopardi di Martone
è un’opera magnifica di sensatezza e passione. 

Una contraddizione esatta perché ridimensiona nella sua fragile umana condizione la figura del poeta e, così facendo, palesa l’origine fisica della sua brama di vivere, per troppo tempo scambiata per malessere e pessimismo cronico.
Questo Leopardi, interpretato magistralmente da Elio Germano, non ha quasi niente in comune con le pesanti, didattiche lezioni del Liceo. Questo Leopardi non è un poeta che si diletta a criticare tutto e tutti avvilendoci con un pessimismo degno del più feroce nichilista.
Questo Leopardi è un piccolo uomo, consapevole dei propri limiti fisici e caratteriali, quanto della vastità del proprio pensiero; né ambizioso, né presuntuoso, né tantomeno disfattista. Egli è tutt’altro che ‘infelicissimo’, come gli amici letterati del circolo fiorentino lo definiscono con insolenza svelata.
La possessività del padre e l’inaffettività della madre lo tengono per molti anni prigioniero in una gabbia dorata.

“Sempre caro mi fu quest'ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell'ultimo orizzonte il guardo esclude.”
[da ‘L’Infinito’ di Giacomo Leopardi –1826)

La villa di Recanati è, prima, il luogo migliore dove incamerare conoscenza, nelle stanze sempre abitate della sua grande biblioteca; poi, la prigione dalle pareti di libri ormai note da cui tentare la fuga verso l’esterno, verso quel mondo che essa stessa descrive nei ventimila volumi, tra permessi e proibiti, che Giacomo conosce come i palmi delle sue mani.

“Unico divertimento in Recanati è lo studio: unico divertimento è quello che mi ammazza: tutto il resto è noia.”
[Leopardi in una lettera allo scrittore Pietro Giordani]

E Giacomo tenta la fuga con la complicità del fratello e della sorella, fallisce ma… tenta; pur nella sua già minata condizione di salute, egli, prima o dopo, taglia di netto il cordone ombelicale, per tuffarsi nella realtà senza timore, esortato da quel coraggio incosciente che solo la brama di vivere è capace di ispirare. Lui, il primogenito, il preferito dal padre, il menomato, il debole di membra; lui e non il fratello più giovane e in salute, né la sorella, istruita e sua grande estimatrice. Lui, Giacomo, rompe gli argini per riversare l’immensità del proprio animo nel mondo.

Una sensibilità fuori dal comune e una curiosità congenita per ogni aspetto della realtà si sommano nel suo talento – troppo spesso invidiato – di tradurre la passione in versi.


La fitta corrispondenza con Pietro Giordani, primo tra i suoi ammiratori prima e la stretta amicizia e ambiguo affetto con Antonio Ranieri dopo, sono i due binari su cui Martone fa correre la vita di un Leopardi anticonformista, fuori dagli schemi pianificati dai suoi parenti che lo volevano confinato alla carriera ecclesiastica, piuttosto orientato su opposti lidi, in una ricerca perenne dei luoghi dove la vita è più intensamente vissuta, dove persino il sole, il mare, la natura e i suoi elementi sembrano manifestarsi con maggiore potenza.
L’esplorazione dell’amore fisico è un desiderio inespresso, eppure Giacomo esaudisce pienamente la forza di quelle emozioni, ama attraverso gli occhi e vi riesce in modo così sublime da rendere superfluo, persino indegno, l’atto fisico

“Amava ad occhi chiusi, senza vedere chi fosse l'amato. Non c'è favola più bella che 'Amore e Psiche'.” [dal film]

La critica ufficiale ha demolito in gran parte il punto di vista di Martone, aggrappandosi a sterili tesi didattiche che, come nell’asettico insegnamento scolastico, raccolgono soltanto informazioni obsolete e pareri arbitrari, i veri ostacoli alla comprensione della poesia in genere e dell’opera di Leopardi, in particolare.

Mi trovo, invece, d’accordo con il regista nel mostrare al pubblico l’umanità imperfetta del poeta, l’origine autentica del suo talento, perché la Poesia non è un testo di matematica comparata, né un insieme di versi da tradurre in prosa per capirne il senso. La Poesia è nella coincidenza tra voce e sensi, è nel fluire sincrono di parole ed emozioni, fa uso della conoscenza dei testi, ma la sorgente è nel punto più intimo dell’anima.
E Mario Martone ce lo ha ricordato.
Eppure, più che un ricordo, è una rivelazione.

"In cosa consiste il vero? – Consiste nel dubbio."  [dal film]

La scoperta di qualcosa che è sempre stato lì, davanti ai nostri occhi, accecati dall’analisi apparentemente utile dei testi scolastici, intimiditi e come vincolati dagli obblighi della lezione, ci hanno impedito di sentire la Poesia e, com’è logico, di comprenderne la vera natura.

In quella rabbia urlata di Elio Germano,
ho ascoltato il Leopardi forse per la prima volta.


Ho sentito e provato in un attimo il carico emotivo di una passione repressa. Ho ritrovato l’urlo dei pittori e degli scultori maledetti dal loro tempo, come Caravaggio o Van Gogh, la stessa rabbia per l’incomprensione culturale in cui erano immersi, il medesimo furore creativo demiurgo di capolavori eterni.

Questo non è un film che pretende di insegnare la composizione poetica, né spiegare i riferimenti classicisti dell’opera leopardiana; questo film parla di un uomo e della sua passione, suggerendo quale potrebbe essere la via migliore per insegnare l’obiettivo ultimo della Poesia, coincidente con la sua origine: il sentire dell’animo umano

Il finale racchiuso in quella calma apparente di felicità ritrovata, vede Giacomo in una Napoli superstite del colera, a Torre del Greco, accovacciato e inerme nell’abbraccio tiepido di un sole paterno, la notte, ispirato da una luna vigile dallo sguardo di musa. Le sue condizioni fisiche sono peggiorate a tal punto da rendere ogni verso una fatica estenuante, eppure, come la ginestra che sfida le pendici del Vesuvio, tenace resiste e vive e sente, finché quella Madre Natura, che tutto crea o distrugge per suo capriccio, non lo trascina via come la lava piega quel fiore audace, ricordando all’umanità quanto sia trascurabile la sua esistenza davanti alla maestosità dell’infinito.

"Sovente in queste rive,
Che, desolate, a bruno
Veste il flutto indurato, e par che ondeggi,
Seggo la notte; e sulla mesta landa
In purissimo azzurro
Veggo dall'alto fiammeggiar le stelle,
Cui di lontan fa specchio
Il mare, e tutto di scintille in giro
Per lo vòto Seren brillar il mondo.
E poi che gli occhi a quelle luci appunto,
Ch'a lor sembrano un punto,
E sono immense, in guisa
Che un punto a petto a lor son terra e mare
Veracemente; a cui
L'uomo non pur, ma questo
Globo ove l'uomo è nulla,
Sconosciuto è del tutto; e quando miro
Quegli ancor più senz'alcun fin remoti
Nodi quasi di stelle,
Ch'a noi paion qual nebbia, a cui non l'uomo
E non la terra sol, ma tutte in uno,
Del numero infinite e della mole,
Con l'aureo sole insiem, le nostre stelle
O sono ignote, o così paion come
Essi alla terra, un punto
Di luce nebulosa; al pensier mio
Che sembri allora, o prole
Dell'uomo?"
[da ‘La Ginestra’ di Giacomo Leopardi – 1836]

Ringrazio Elio Germano, Mario Martone e un fortuito pomeriggio al cinema per questa rivelazione inattesa e meravigliosa, sebbene tarda nella mia vita.
Adesso ho compreso quanto Leopardi fosse simile a me, nel sentire fortemente, nel contemplare la natura dell’universo, nella consapevolezza realistica (e non pessimistica) della nostra finitezza umana a paragone di tale inarrivabile immensità.

Mi sento meno sola, adesso. Grazie.
Claire

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6 Impressions

  1. Questo film pare molto interessante e mi ispira molto... Purtroppo non riuscirò a vederlo al cinema. Chissà, magari, con un po' di fortuna, lo distribuiranno in DVD.

    Ah, quelle lezioni del liceo... è proprio vero: mi ricordo perfettamente come presentavano l'opera di Leopardi permeata di pessimismo cosmico. Che, poi, a rileggere le sue poesie successivamente non le ho mai davvero sentite come pessimiste.

    Visto ne posseggo un'edizione, vedrò di leggere le lettere a Giordani. Grazie per averle segnalate.

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    1. Cara, spero tu abbia visto il film in attesa della mia ritardataria risposta! :D
      Se sì, qual è la tua opinione?
      Ho trovato in giro molte critiche, tante da aver demolito ogni scena, senza considerare la parte migliore del film, l'aver riportato al presente e al grande pubblico questo magnifico personaggio della nostra storia. Se il regista ha scelto di mostrarcelo nel suo aspetto più rivoluzionario, più carnale, è stato proprio per riportarlo alla dimensione dello spettatore, Giacomo era un uomo, con pregi e difetti, che provava emozioni, sbagliava ma viveva.
      Temo che il compito dei critici d'oggi si limiti a criticare decostruendo, senza prendere in considerazione il trasporto dei sensi, né il messaggio reale di condivisione e amore per l'arte.

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  2. Temo di non averlo ancora visto. Passo la maggior parte del mio tempo in Inghilterra e non mi è facile stare al passo con le uscite italiane di qualsiasi genere. Vedremo quando tornerò a casa per le vacanze natalizie...

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    Risposte
    1. Oh cara, che invidia... l'Inghilterra... *__*
      Forse per le festività il film non sarà più nei cinema, ma credo troverai il DVD! :D
      Salutami la mia seconda patria! :D

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  3. Il mio ego "cinematografaro" ha trattato forse non al meglio Martone (http://francobattaglia.blogspot.it/2014/10/il-giovane-piu-che-favoloso.html), ma il mio lato leopardiano, quello affezionato soprattutto alla sua prosa filosofica e tagliente, non ha potuto che godere del film e delle ispirazioni istillate, e generalmente di una pacatezza visiva che ha riconciliato con l'epoca e con le nostre aspirazioni artistiche e visionarie, così lontane da questi tempi bui.

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    1. Caro Franco,
      ho letto la tua recensione, comunque non così opposta alla mia, anch'io avrei apprezzato un po' più di spazio al lato ironico e critico di Giacomo, un fattore che me lo rende tanto caro, quanto Jane Austen!
      La mia premessa sul cinema italiano si aggiunge alla mia ignoranza in fatto di cinema recente, perciò il mio parere è — come detto — una questione di sensi.
      Ad ogni modo, non credo che il regista sia stato 'furbetto' su certe scelte, ha soltanto mostrato al pubblico il suo modo di 'sentire' il Leopardi, ciò che sente più vicino al suo modo di essere e intendere il mondo, in fondo, se ci pensi, un film è un punto di vista, non pretende di essere un documentario, ma un'interpretazione soggetta all'opinione favorevole o contraria degli spettatori, non vuole insegnare qualcosa, piuttosto tradurre in immagini, musica e parole il proprio pensiero su un certo argomento o soggetto.
      Allo stesso modo, l'opinione e l'impressione di ogni spettatore è parimenti valida poiché personale.

      Detto ciò, credo che Martone abbia — consapevolmente o meno — dato un suggerimento all'istruzione scolastica, ai prof d'italiano, ai prof di arte in genere su quale sia il modo migliore per coinvolgere le menti acerbe e distratte degli studenti, su quale sia l'imprinting favorevole alla comprensione e all'apprezzamento della cultura, nostrana o non, che è alla base della formazione di un adulto che difenderà il passato e promuoverà il presente e il futuro di una terra unica al mondo.
      Il mio approccio è molto appassionato in quanto sono un'artista e ho studiato e studio la bellezza in cui sono immersa ogni giorno, per altri sarà un film noioso poiché avvertito in modo troppo sentimentale, a loro vorrei suggerire di pensare alla letteratura e soprattutto alla poesia, come alle Grandi Arti che sono e che la loro percezione deve avvenire in primo luogo attraverso il sentire, i sensi, l'emozione... solo dopo si può scendere ad analizzarne la costruzione sinottica.
      Grazie per il tuo commento, spero di averti chiarito un po' il mio punto di vista! :D

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"Talvolta penso che il paradiso sia leggere continuamente, senza fine." — Virginia Woolf

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