Gli innamorati di Sylvia di E. Gaskell: intervista a Mara Barbuni

lunedì, dicembre 15, 2014

Carissimi lettori de
La Collezionista,

come anticipato nello scorso post con la recensione de Gli innamorati di Sylvia, oggi ho il piacere di ospitare nel salotto una cara amica, fondatrice con me della Jane Austen Society of Italy, ma anche e soprattutto, la traduttrice del romanzo di Elizabeth Gaskell e attenta studiosa della scrittrice inglese, dunque, la persona giusta per comprendere più a fondo le ragioni della storia di Sylvia e gli intenti della sua creatrice.

Benvenuta a Mara Barbuni!!!


INTERVISTA
Benvenuta Mara nel Salotto de La Collezionista di Dettagli e grazie per aver risposto alle domande inerenti a Gli innamorati di Sylvia di Elizabeth Gaskell che hai così magistralmente tradotto per la Jo March Literary Agency. Complimenti e benvenuta!
La prima domanda è ovvia, ma sono sicura che aiuterà i lettori a capire quanto lavoro ci sia dietro a una traduzione. Dunque, quali sono state le difficoltà nella traduzione, oltretutto, la prima in lingua italiana, di un’opera così complessa come Sylvia’s lovers scritta in un inglese di epoca vittoriana?
Prima di tutto grazie per l’invito nel tuo salotto e per questa intervista, che mi ha dato molti motivi di riflessione e di ricerca.
Tradurre Sylvia’s Lovers non è stato un lavoro facile. In generale l’inglese di Elizabeth Gaskell è fatto di periodi molto lunghi, la sintassi è articolata e a volte involuta. Seguire il fluire delle sue frasi può essere talvolta complesso, e in alcuni punti richiede molta concentrazione. Sylvia’s Lovers, inoltre, riserva una notevole difficoltà ulteriore dovuta al fatto che i personaggi parlano nel dialetto dello Yorkshire; se da una parte la lingua di Philip, Hester o dei fratelli Foster è facilmente comprensibile, tradurre le battute dei cittadini meno colti o i lunghi discorsi di Daniel Robson ha richiesto tutta la mia energia, perché l’ortografia delle parole è spesso completamente diversa da quella che conosciamo. Abbondano le elisioni, per esempio (la cosa balza all’occhio grazie all’infinito numero di apostrofi che appaiono sulla pagina!), e nella maggior parte dei casi per interpretare l’uso delle vocali e comprendere le parole sulla carta è necessario pronunciarle ad alta voce, e rifarsi al loro suono; solo facendo così sono riuscita a ricostruire il significato di certe battute. Il capitolo forse più complesso da questo punto di vista è stato il IX, dove Daniel racconta lungamente delle sue esperienze da ramponiere: qui alla difficoltà del dialetto si è aggiunta quella “tecnica” relativa al campo semantico della caccia alle balene.
Personalmente, ho trovato Gli innamorati di Sylvia meno trascinante dei tre romanzi letti in precedenza (Cranford, Nord e sud e Ruth). Nonostante le numerose revisioni della Gaskell, ho avuto l’impressione che questa storia non fosse realmente nelle sue corde, molte imprecisioni e anche la distanza temporale dal viaggio fonte d’ispirazione, suggeriscono un’attenzione diversa dal solito verso il soggetto. Esiste qualche fondamento biografico a questa impressione?
Gli innamorati di Sylvia è un unicum nella produzione gaskelliana: in primo luogo è un romanzo storico, affronta un passato abbastanza lontano (se ci pensiamo la distanza tra la scrittura e gli avvenimenti narrati è segnata dagli stessi “sessant’anni” del sottotitolo di Waverley di Walter Scott, che è considerato il capostipite del genere), cerca di interpretarlo, mescola scene e personaggi fittizi con persone ed eventi reali e adotta una netta posizione storicista, spiegando la mentalità delle persone sulla base delle circostanze storiche e — cosa secondo me interessantissima — geografiche. In secondo luogo, la stessa autrice definì Gli innamorati di Sylvia “the saddest story I ever wrote”, “la storia più triste che io abbia scritto”, perché il romanzo è effettivamente privo anche del minimo barlume di quella speranza che invece in qualche modo caratterizza il resto della sua produzione (il mestissimo Ruth, che fece versare fiumi di lacrime anche ai lettori contemporanei, e contro il cui finale protestò persino Charlotte Brontë, si chiude dopotutto con la speranza della vita ultraterrena, guadagnata grazie all’espiazione finale). A Sylvia, dopo il matrimonio, non viene concesso mai di sperare; ed è forse anche per questo che lei è un personaggio così diverso da tutti quelli usciti dalla penna di Elizabeth Gaskell.
L’ideazione di questo romanzo e la prima parte della sua stesura coincisero con una fase molto energica della vita dell’autrice, che si recò persino in vacanza a Whitby a novembre (periodo non proprio azzeccato) per svolgere le sue ricerche sulla rivolta popolare e sul commercio legato alla caccia alle balene. Questo entusiasmo si riflette bene, a mio parere, nella prima parte del libro, che come pochi altri brilla per la forza dei suoi colori, per l’autenticità della voce popolare e della tradizione corale, per la vividezza della rappresentazione pastorale e degli scenari e delle passioni legate al mare (non inferiori a quelli di Moby Dick). La scrittura poi si fece d’improvviso molto lenta e molto difficile (fu il romanzo per la cui composizione ella impiegò più tempo in assoluto) a causa di problemi occorsi in famiglia: non dobbiamo dimenticare che Gaskell aveva quattro figlie, che in quel periodo stavano crescendo e iniziando a scoprire le asperità della vita; e per lei il compito di madre fu sempre prioritario, persino più importante delle esigenze artistiche. D’altronde, se non avesse avuto le figlie davanti agli occhi, è improbabile che sarebbe riuscita a creare ritratti di femminilità in fiore così intensi come quelli della stessa Sylvia, di Phillis Holman o di Molly Gibson.
Il background storico sociale è sempre molto dettagliato nei romanzi della Gaskell, questo non fa eccezione; eppure, mi chiedo cosa, nel viaggio a Whitby, abbia impressionato l’immaginazione di una donna dell’Ottocento tanto da divenire fonte d’ispirazione. Nelle tue ricerche sulla scrittrice è emerso qualcosa a riguardo?
Come dicevo prima, Gaskell si recò a Whitby appositamente per svolgere ricerche utili al progetto di stesura di questo romanzo, la cui ideazione è precedente al suo viaggio. Personalmente credo che nella storia della rivolta popolare di Whitby la scrittrice abbia ritrovato il tema del conflitto tra la vita della gente umile e la forza devastante della Storia che è anche oggetto di Nord e sud o di Mary Barton. C’è anche da dire che per lei il richiamo del mare fu sempre, forse per ragioni genetiche, intenso e irresistibile: suo padre veniva da una famiglia di navigatori, e il suo amato fratello John, che si imbarcò sulle navi della Compagnia delle Indie Orientali, fu dato per disperso in mare. Il tema della sparizione e della lontananza senza speranza di ricongiungimento con le persone amate è ovviamente fondamentale in Gli innamorati di Sylvia.
Ho notato che ricorre la tematica del contrasto, come in Nord e sud, anche qui sono due i personaggi che sono messi a confronto: Charley Kinraid, nel suo ruolo di eroe avventuroso e metafora del mare da cui torna; e Philip Hepburn, uomo di fede, pacato e noioso, come il suo lavoro di commesso di stoffe, come la società perbenista da cui proviene. Questo confronto caratteriale e sociale è una coincidenza o ha un obiettivo preciso per l’autrice?
L’idea del contrasto è pervasiva in questo romanzo. La stessa Monkshaven è definita “anfibia” sin dalle prime pagine, perché la sua ricchezza proviene contestualmente dalla terra (i campi, le fattorie, il bestiame, il commercio) e dal mare (le balene). Anche Sylvia, nel corso della storia, diventa una donna che è completamente l’opposto rispetto alla ragazza che era stata — da giovane spensierata e frivola si trasforma in signora malinconica e chiusa verso il mondo. Per quanto riguarda Philip e Charley, mi sento di affermare che impersonano i due volti dell’essere umano: da una parte la natura avventurosa, inquieta, quasi odissiaca di Charley e dall’altra quella che cerca la stabilità e che coltiva lo spirito di sopravvivenza, come fa Philip. Gaskell era certamente affascinata dall’ideale della partenza per mondi distanti e sconosciuti e per l’impavidità dei marinai e degli avventurieri; non dobbiamo dimenticare però che alla fine le posizioni di Charley e Philip si ribaltano: Kinraid diventa un ufficiale e “si sistema”, raggiungendo il successo; Philip, che lascia la sua vita ordinata per partire vagabondo verso terre ignote, va incontro a un destino poco felice.
Sylvia, che si posiziona esattamente al centro di questo contrasto, tra mare e terra, inizialmente mi ha ricordato l’indomita viziata Rossella O’hara, lo confesso (che la Mitchell si sia ispirata?) e, come tale, insopportabile! Ciò che non mi convince, però, è il repentino cambiamento — chiamiamola pure maturità — che segue subito la prima delle tragedie della sua giovane vita. Resta solo la sua caparbietà in quell’incapacità di perdonare che solo nelle ultimissime pagine riesce a cambiare, anche qui, troppo rapidamente a mio parere. Cosa pensi di questo immediato cambiamento caratteriale della protagonista? Può definirsi o meno un processo di formazione del personaggio?
Penso che in realtà Sylvia non maturi e non “si formi” mai: anche dopo essere rimasta sola, ha bisogno dell’aiuto e del sostegno economico di altre persone per sopravvivere. Credo che in questo personaggio così particolare, con cui è difficile immedesimarsi perché non dimostra la dolcezza di Phillis, né la personalità forte di Molly, né l’innata eleganza di Margaret, Gaskell abbia voluto evocare il volto universale del dolore. Un dolore umanamente impossibile da sopportare. Sylvia è investita da tragedie che nessuno vorrebbe guardare in faccia: la spietata ingiustizia che senza spiegazioni la priva prima dell’innamorato e poi di suo padre, la sofferenza per una madre che torna bambina, l’atrocità dell’imbroglio di cui è vittima. Penso che sia una donna “normale”, che è piena di difetti e ne è dolorosamente consapevole: la sua mancanza totale di istruzione, inoltre (cosa che la differenzia dagli altri tre personaggi femminili che ho citato sopra), la lascia totalmente in balia degli eventi e del destino, assolutamente priva dei mezzi necessari per capirlo, per affrontarlo, per controllarlo. Penso che anche questo sia un messaggio importante che Gaskell ha voluto dare: l’importanza dell’istruzione, anche per le donne (che era anche un precetto della corrente religiosa cui ella apparteneva).
Il romanzo è intriso di religiosità: Philip con la sua espiazione, Hester con la sua integrità, ne rappresentano due esempi fortissimi. Quanto è importante per la Gaskell il messaggio morale, nel senso di religioso?
Da donna vittoriana, la morale e la religione per Gaskell erano importantissimi. Lei e il marito erano legati all’Unitarianesimo — una corrente del Protestantesimo che, per farla molto breve, negava la Trinità e non credeva nella predestinazione, confidando nella bontà degli esseri umani. L’espiazione e il pentimento di Philip (“amerei di meno te e di più Dio” è il suo messaggio estremo rivolto a Sylvia) dovrebbe essere il “lieto fine” del romanzo, mentre l’implacabilità dell’ira di Sylvia ne è anche la condanna. Dicevi prima che secondo te Sylvia cambia troppo rapidamente, e alla fine perdona troppo rapidamente. Ti dirò la mia impressione: rileggendo più volte il capitolo finale, benché con i gesti Sylvia dimostri pienamente la sua riconciliazione con il marito, dalle sue labbra non escono mai le parole “ti perdono”. Anche quando, nel momento estremo, egli la prega ancora una volta di perdonarlo, Sylvia ribatte solo: “Oh, come sono malvagia! Perdona me, me, Philip!” (p. 567). Chissà se quel “come sono malvagia” può significare che, nonostante tutto, anche alla fine, la donna è incapace di perdonarlo per davvero?
Una curiosità che mi è passata per la mente leggendo alcuni dialoghi del romanzo mi ha fatto notare una somiglianza con lo stile esasperato e ovviamente molto teatrale delle tragedie di Shakespeare. Esiste una reale volontà dell’autrice nel rimandare al melodramma shakespeariano, o è solo un naturale retaggio della lingua inglese cui deve molto al Maestro di Stratford-upon-Avon?
Notazione biografica: Gaskell frequentò la scuola a Stratford! Chiusa la parentesi, posso dire che gli eventi narrati richiedono senza dubbio un tono da tragedia, che tuttavia io personalmente non trovo esasperato. Fatico a individuare altre somiglianze importanti con Shakespeare, le cui tragedie — come da tradizione classica — coinvolgevano gli strati “alti” della società. Gaskell invece mette in scena una tragedia completamente popolare, e il suo linguaggio è quello rustico della gente comune (a differenza di quello aulico dei personaggi tragici shakespeariani).
La polemica sul ruolo limitato della donna nella società inglese dell’epoca è uno dei temi più importanti per la Gaskell. Come percepisci il ruolo di Sylvia in questa ottica? Un’eroina o una donna ribelle ricondotta alle regole sociali?
Come ho avuto modo di dire sopra, credo che la grandezza (e forse anche la modernità) del personaggio di Sylvia stia nel suo essere una donna “normale”. Di certo non è un’eroina, perché difficilmente reagisce alle tragedie che la investono, ma se ne lascia sopraffare. Uno dei momenti più belli e più Romantici (con la maiuscola, perché faccio riferimento non al genere “romance” ma alla corrente di pensiero del Romanticismo) del libro, però, coincide con la descrizione dei suoi momenti di “ribellione”, quando ella esce dalla casa soffocante del marito e se ne torna al mare, a ripensare all’innamorato scomparso. Lì si toglie il cappello (simbolo del suo imborghesimento, e quindi del suo legame matrimoniale) e si lascia investire dalla furia delle onde, dal vento, dai ricordi di Charley. Io ho sempre visto in queste scene un simbolismo fortissimo, come se queste fughe da casa rappresentassero una sorta di tradimento coniugale: non a caso, Sylvia “non voleva accompagnatori per queste passeggiate, che avevano il sapore delizioso di piaceri rubati” e “si vergognava del suo ardente desiderio di star sola” (p. 404).
Il personaggio di Hester, sebbene sia l’esempio perfetto della donna indicata dalle stesse regole sociali e religiose, mi ha colpito per la forza di carattere, la sua incorruttibilità persino davanti all’ingiustizia del fato. Come hai inteso questo personaggio secondario, eppure, necessario alla trama?
Hester è straordinaria. il suo dolore è totalmente intimo, mai manifestato, e lascia al lettore ampi spazi di immedesimazione, inducendoci tutti a soffrire insieme a lei. Un personaggio non solo stupendamente vittoriano ma anche in un certo senso incarnazione di una nascente emancipazione femminile: Hester non sposa un uomo che non ama, è una donna che lavora e che ha molte responsabilità fuori dall’ambito domestico.
Indubbiamente, Sylvia è vittima di un doppio inganno da parte dei suoi due innamorati, eppure, non riesco a credere alla sua totale cecità. Secondo te, la sua ingenuità è credibile e giustificabile?
Sylvia per me è davvero totalmente ingenua e “cieca”, come dici tu, perché è disperatamente ineducata. L’inganno perpetrato da Philip, oltretutto, è sostenuto dalla convinzione di tutti i suoi concittadini, e la voce popolare in questo romanzo si rivela pervasiva e vincente dalla prima all’ultima pagina: difficile non darle credito. Non penso poi che Charley inganni davvero Sylvia: dopotutto lui è tornato per rispettare il loro patto, e ai suoi occhi è stata lei a tradirlo. Dopodiché, non sarebbe realistico immaginare un tipo come lui rintanato in un angolino a struggersi per un amore finito male!
Infine, riprendendo quella mia percezione di ‘non-finito’ dell’opera, ho notato che la trama si risolve in troppe coincidenze artefatte, troppi episodi-chiave in mano ai personaggi principali (Philip che assiste al sequestro di Charley, Hester che nota l’orologio di Philip, Philip che salva Charley e poi la figlia, ecc.). Insomma, il destino (leggi scrittrice) è un po’ troppo presente nel tenere insieme la trama, tanto da far sembrare i personaggi immobili in assenza di questo. Sei o meno d’accordo con questa impressione?
Non condivido la tua sensazione di “non-finitezza”, se non nella misura in cui  Gli innamorati di Sylvia è una storia di forte slancio verso l’oralità, la necessità della tradizione (sottolineo ancora una volta la forza della sua voce popolare) e il perpetuarsi infinito del racconto (un po’ come nella Ballata dell’Antico Marinaio di Coleridge, che non a caso è un’altra storia di mare). Questo richiamo alla continuità della narrazione è esplicato nei frequenti riferimenti, nel romanzo, a storie e leggende popolari, e con particolare chiarezza nell’epilogo: “‘Quand’ero bambina conoscevo un uomo’ raccontò la bagnante […]” (p. 569); proprio come se il racconto dovesse ricominciare daccapo.
Di sicuro una delle caratteristiche stilistiche del romanzo vittoriano è quella dell’onniscienza del narratore, che ha una visione globale della storia che sta raccontando, interviene nel testo e in definitiva non si nasconde di fronte al lettore, controllando le vicende con mano più o meno esperta — e quella di Gaskell secondo me è espertissima! (Dovremo aspettare il Modernismo per ritrovarci a cospetto della molteplicità dei punti di vista e del defilarsi del narratore per lasciare completamente la scena ai suoi personaggi.) Credo che sotto questo aspetto Gli innamorati di Sylvia non si discosti dalla tradizione cui appartiene, ma di certo è un romanzo in cui “la forza del destino” è volutamente dominante, formidabile, ineluttabile. Ed è anche in questo che si manifesta la sua tragedia.
 
Questo scambio mi ricorda una volta di più quanto sia importante conoscere la vita degli autori, il periodo storico in cui vissero, i molteplici aspetti del loro punto di vista per comprendere il vero significato dei contenuti nei loro scritti, ciò al di là dell'opinione personale che deriva dalla lettura individuale.
Ti ringrazio di cuore per aver colmato le mie molte lacune, la tua conoscenza sull'argomento è un aiuto prezioso per l'interpretazione di questo romanzo, come dell'opera di Elizabeth Gaskell in genere, grazie altresì per aver regalato ai miei lettori e alla sottoscritta un punto di vista autorevole sulla vita e l’opera di Elizabeth Gaskell.

A presto, Claire

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4 Impressions

  1. Grazie di cuore per questa bellissima conversazione!

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    Risposte
    1. Come già detto, per me è stata illuminante! Grazie per la tua disponibilità! :D

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  2. Risposte
    1. Grazie Elisabetta! :) Hai letto il libro in questione?

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"Talvolta penso che il paradiso sia leggere continuamente, senza fine." — Virginia Woolf

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