Amori e disamori di Nathaniel P. di Adelle Waldman [Recensione]

lunedì, marzo 30, 2015

«Si sentiva in colpa. Quando ci ripensava. Cercava di pensarci il meno possibile.»
Se mi chiedeste cosa fa di un libro d’esordio, un buon libro, adesso saprei cosa rispondere.
Mai, prima d’ora, mi sono trovata a chiedermi davvero se il libro appena letto mi sia piaciuto oppure no; di solito scelgo di optare per la via di mezzo, un politico “abbastanza” composto da chiari e scuri equilibrati, ma questa volta non ho potuto mediare: due pareri diametralmente diversi hanno corso su binari paralleli sin dalle premesse di copertina, per non trovare mai uno scambio dove sommarsi a un’opinione definitiva.

Quando Einaudi mi ha invitato a leggere Amori e disamori di Nathaliel P. dell’esordiente Adelle Waldman, il suggerimento trovava origine in una qualche connessione a Jane Austen; dopo l’ottimo Longbourn House, leggere un romanzo attuale su cui la critica – molto arbitrariamente – ha cucito l’ennesimo paragone con la scrittrice inglese, mi ha lasciato un po’ l’amaro in bocca, confermando una volta di più, quanto si abusi del nome della Austen solo per mere – quanto svianti – ragioni di marketing.

La Waldman, collaboratrice di prestigiose testate giornalistiche statunitensi, ha – tutto sommato – scritto un buon romanzo; eppure, il paragone che sin dagli “strilli” la dipingono come «… La Jane Austen della nostra generazione.»” è probabilmente l’ombra che oscura la sincerità della sua scrittura.
In breve, se tale improbabile confronto, da un lato, consiste in un potente richiamo all’acquisto del libro, dall’altro, confina l’autrice in canoni che non le appartengono, finendo col deludere quella grande fetta di lettori che le si erano avvicinati attratti dall’esca “Austen”, e che si ritrovano a leggere tutt’altro, senza comprenderlo veramente, poiché le aspettative eclissano il piacere di una lettura non condizionata e, dunque, obiettiva.

La mia, non vuole apparire come una polemica a questo titolo in particolare, piuttosto trae spunto da questo esempio di esperienza di lettura personale per denunciare l’uso sbagliato di certe escamotages del marketing, orientato unicamente al guadagno immediato, che sacrifica senza riguardo l’esordio e la possibile carriera letteraria degli scrittori, trascurando la loro identità, omologandola alla moda in corso, trend che non deriva dalla richiesta del pubblico, bensì dalla società medesima che ne tiene le fila.

È successo così, che ho dovuto rileggere gran parte dell’opera prima della Waldman per cercare un’opinione obiettiva, scevra dei condizionamenti esterni della sopraccoperta. Ho scoperto allora un buon libro, una non-storia che si presenta più come un flusso di coscienza che un’insieme episodico di cause ed effetti.


Nathaniel Piven è lo scrittore protagonista in attesa del proprio esordio letterario, ma è anche il ragazzo, non più adolescente e ancora lontano dalla maturità, che identifica una particolare tipologia di uomo del quale l’autrice scrive – forse – per confutare quei buoni propositi che lo eleggono “uomo diverso”, “migliore”, agli occhi dell’altra metà del cielo.
La personalità di Nate si rivela nel corso dei capitoli, ma già nel suo presentarsi (egli stesso è l’Io narrante) sono individuabili i limiti di una mente che si auto definisce “aperta” per le ragioni che lo stesso Nate deputa alle sue origini, alla sua formazione, alla sua cultura; una auto-proclamazione tanto accentuata da rendere evidente l’egocentrismo che se ne fa il portavoce.

La Waldman dimostra una rara facilità nell’indossare le vesti maschili di Nate, mente sufficientemente complessa da assomigliare nella tortuosità del ragionamento a quella femminile, ma tale attitudine, tornando al paragone della critica, è quanto di più lontano dal talento della Austen nel rendere i caratteri dei suoi personaggi. Quest’ultima, infatti, scrisse solo ciò che conosceva, la sua indagine sulle personalità si fermava all’esperienza che lei stessa poteva verificare, non avrebbe potuto parlare in vece di un uomo per il semplice inappellabile fatto che lei non lo era, sarebbe stata una presunzione e un’inesattezza imperdonabile dal suo punto di vista, poiché la sua coerenza le insegnava a scrivere solo della verità vissuta.

Nate, però, appare molto realistico, tanto da coinvolgere ogni lettrice dotata di senno nelle sue labirintiche riflessioni tra aspirazioni, giudizi e sensi di colpa, fino a far emergere in loro rabbia e frustrazione verso il protagonista, verso la sua incostanza, il suo indiscutibile giudizio sulle donne, la sua eterna insoddisfazione per ogni aspetto della vita.

Mentre la vita di Nate si spiega per sua voce, tra auto-analisi delle proprie storie con diverse tipologie di donna e auto-giustificazioni per ogni comportamento che si è preso la libertà di tenere per porvi termine, si avverte chiaramente uno stato d’animo esterno, uno sguardo fuori campo, un moto emozionale che reagisce alle scelte sbagliate, ai pensieri del protagonista, un occhio giudice del suo operato. Tale presenza l’ho voluta assimilare all’esperienza personale della scrittice in quanto donna, forse è proprio questa coincidenza che persuade alla sostanza concreta del romanzo, ciò che lo rende così coinvolgente per una lettrice (poiché posso parlare solo per mia parte), tanto realistico nel suo aspetto di “situazioni vissute” che lo sguardo critico dell’autrice finisce per convergere con quello del suo pubblico femminile

Il linguaggio, i comportamenti, persino l’insolutezza dei ragionamenti del ragazzo sono osservati e resi con autenticità tale da indurre naturalmente l’identificazione delle lettrici nelle vittime dell’eterna insoddisfazione di Nate. Probabilmente, i lettori troveranno plausibile il modus vivendi di Nate, non posso saperlo, è evidente a tutti però l’esperimento cui mira la Waldman: la dimostrazione che l’eccezione conferma la regola.
Ecco che un uomo intelligente, ironico, istruito, ambizioso, sensibile, rispettoso, persino “estimatore” del cervello femminile, si rivela animato dagli stessi, prioritari, istinti del proprio sesso; la certezza del proprio ascendente sulle donne lo convince di essere "un esemplare raro di maschio", di molto superiore alla media, consapevolezza che determina anche lo scarto rapido di molte partner, evidentemente “non abbastanza” per lui, non all'altezza della sua scrittura, forse l'unica sua partner ideale, riportandolo al sicuro in quel limbo di costante insoddisfazione in cui si lamenta e, al tempo stesso, compiace.

La sete di qualcosa di diverso non si seda neanche con Hannah, una ragazza cui non manca niente per duellare ad armi pare con Nate, eppure, egli trova il modo di far marcire una storia che – per sua stessa ammissione – è stimolante e ampiamente desiderabile. Nonostante gli sforzi di Hannah per non agire banalmente davanti ai segnali di crisi nel cambiamento del ragazzo, Nate l’accusa nei suoi pensieri di “essere come tutte le altre”, eppure, anche davanti alla richiesta di un confronto diretto e definitivo offertogli da lei, preferisce fingere che “tutto vada bene” piuttosto che affrontare la realtà, il proprio egoismo, quella sorta di malessere interiore che manipola ogni cosa nella sua vita a favore di un’inarrivabile piena soddisfazione.

Le molte giustificazioni prontamente adottate dalla coscienza di Nate non valgono a riparare la sofferenza procurata gratuitamente alle sue molte ex; egli si ripete fin troppo spesso di “sentirsi in colpa”, ma un attimo dopo volge ogni accusa all’inadeguatezza femminile, persino al corso degli eventi, pur di non assumersi responsabilità del proprio agire.
Solo quando è con la migliore amica Aurit, l’unica donna che rispetta davvero perché non può essere sua partner, Nate mette in dubbio il proprio operato, confessando a se stesso – per un momento soltanto – la possibilità di “non essere fatto per stare in coppia”. Ma troppo presto si rivela per quella che è: un’altra giustificazione per riabilitare se stesso.

L’esito dell’instabile iter interiore del protagonista termina nella più ovvia delle situazioni, ovvia per tutte le donne precedenti, mentre – per la prima volta – inconsapevole per Nate, conclusione che annienta in modo definitivo un’eccezione per rivelarsi uno stereotipo… quella nota eccezione che conferma la regola.

Un buon libro d’esordio che conta molti passi interessanti e affatto banali, un canovaccio narrativo in cui è il flusso della coscienza la vera voce narrante, un romanzo che contiene già elementi validi per imbarcarsi in una nuova storia, magari, preferendo le vesti di una voce femminile per dovere di coerenza e di conoscenza, quando è l’anima a parlare.

Voi avete già letto questo libro? Vi interessa leggerlo? Ditemi la vostra!
A presto! La vostra Claire

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4 Impressions

  1. L'Einaudi, forse proprio grazie alla Austen di cui possiedo Orgoglio e Pregiudizio nella meravigliosa edizione tradotta da Fernanda Pivano che mi ha convinta a prendere tutti gli altri, è una delle mie case editrici preferite ed ho sempre un occhio di riguardo per le sue pubblicazioni. Questo l'avevo adocchiato da lontano, senza prestarci molto caso. Lo leggerò, prima o poi, e spero possa piacermi :)

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    Risposte
    1. Cara Cecilia, d'accordissimo con te! Amo molto Einaudi e – per inciso – la polemica sugli strilli in quarta di copertina non è riferita a questa casa editrice, dato che ha soltanto riportato in italiano l'azione di marketing del publisher americano.
      Le traduzioni sono sempre ottime, se non le migliori, ergo, vale sempre la pena leggere un titolo Einaudi poiché si è certi di leggere qualcosa di selezionato e molto curato!
      Spero vorrai riportare il tuo parere su questo romanzo se lo leggerai! :)
      Grazie per il tuo commento! :*

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  2. Miss Claire, non so che scrivere... forse non è ancora giuto il momento giusto per leggere questo libro, per quanto mi riguarda.

    Con i tuoi accenni all'eccezione che conferma la regola nel finale, tuttavia, mi hai incuriosita tantissimo.

    Che, poi, alla fine questo libro non sfata davvero un mito, bensì mette sul piatto qualcosa che già cuoceva a fuoco lento nei meandi della nostra mente: il fatto che uno scriva bene, come il fatto che uno legga molto non significa che sia migliore di altri o possa essere il partner ideale.

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    1. Cara Ludo,
      concordo sul fatto che ci sia un tempo per ogni libro. Per quanto mi riguarda, il tempo ha coinciso con un momento favorevole ad assimilare i contenuti, se fossi stata più giovane, probabilmente, non avrei rischiato di rivivere certi frangenti, ma al tempo stesso, non avrei compreso il pericolo dietro a una facciata apparentemente diversa. Forse occorre proprio sbucciarsi le ginocchia per imparare la lezione.
      Com'è vero che l'uomo diverso (lo stesso valga per le donne) è quello innamorato. :)

      Elimina

"Talvolta penso che il paradiso sia leggere continuamente, senza fine." — Virginia Woolf

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